Scandalo teurgico

Nel trattare le dinamiche della meditazione contemplativa in rapporto a quelle della meditazione attiva, un precedente articolo (Cardiaco e Teurgico) ha già operato la distinzione sostanziale, attribuendo alle due strade la stessa meta: e cioè il raggiungimento di uno stato immune (o, almeno, sufficientemente immune; il quanto dipende dalla qualità della concentrazione) dai pensieri quotidiani, dalle ansie e dalle preoccupazioni.

Per motivare questa affermazione, l’argomento traeva alimento da un modo consueto di esprimere questo lavoro: creare il vuoto mentale. Questa definizione, in effetti, è corretta solo in parte: perché la mente non è mai vuota, anzi. Il punto è quello di sgomberare la mente dal disordine e dalla confusione che ansie e preoccupazioni producono, per giungere alla condizione in cui pensieri superiori e intuizioni profonde possono manifestarsi.

Per ottenere questo stato, ci sono quindi due vie: quella della meditazione e quella dell’azione rituale.

La via della meditazione è dolce ma non è semplice: si tratta di raggiungere uno stato di grazia attraverso una pacificazione interna che si può ottenere mediante la respirazione o la riflessione su pensieri sottili, fino all’allentamento delle tensioni e all’ingresso in uno stato di trance o semi-trance ai limiti del sonno. Per chi intenda raggiungere questa condizione attraverso l’allineamento della respirazione, le tecniche della respirazione yoga (pranayama) sono le più indicate, meglio se sorrette da mudra e mantra (chi lo volesse, può dare uno sguardo a questo specifico ebook). Da soli, non è semplice ottenere le condizioni di concentrazione e disciplina che la pratica richiede. Per quanto riguarda i gruppi, questi hanno possibilità di funzionare; ma spesso solo per un periodo di grazia, dopo il quale fatalmente si sfaldano, si sfilacciano, si decompongono.

La via dell’azione rituale, che talora si trova detta anche eroica, è in certo qual modo più facile ed efficace per l’azione individuale, perché si tratta infine di eseguire un copione (meglio, un canovaccio) di parole e gesti orientati nella sequenza (cioè nel tempo) e nello spazio. La capacità di eseguire senza errori queste sequenze è indice della qualità della concentrazione di chi le esegue, che ha dunque la possibilità dell’immediata verifica. Poiché queste parole e questi gesti sono totalmente estranei all’agire quotidiano, è evidente che la perfetta esecuzione manifesta l’allontanamento dai pensieri ordinari. Sembrerebbe dunque tutto perfetto per questa azione teurgica, ma dobbiamo considerare come sia considerata complessa e pericolosa, al punto da esser ancor oggi un vero scandalo. Veniamo così all’oggetto di questo articolo e cerchiamo insieme di cavarci fuori dagli schemi della superstizione medievale, affrontando subito l’immagine simbolo con cui la letteratura e l’arte ci tramandano, etichettandola come tentativo scellerato, l’opera teurgica di Faust.

240px-Page_004_(Faust,_1925) Harry Clark per Goethe
 

Illustrazione di Harry Clark per l’edizione 1925 del Faust di Goethe. Fonte: Wiki https://en.wikipedia.org/wiki/Faust

 

Se il fine dell’operazione teurgica è comune a quello delle tecniche di meditazione, e cioè tenere a distanza i pensieri quotidiani, lo scandalo della via teurgica consiste nell’ottenere questo risultato non con una azione passiva di resistenza, come nel caso delle tecniche di meditazione, ma con una via attiva, che comporta gesti ed azioni realizzate in uno spazio consacrato e contrassegnato da cerchi, quadrati, triangoli, con parole chiave da pronunciare vibrandole in corrispondenza dei momenti in cui questo deve accadere.

La trasmissione medievale ha tramandato queste procedure come arte di comandare agli spiriti: ed è qui che si innesta lo scandalo che questa via genera verso coloro che osano percorrerla, perché comandare agli spiriti è sempre stata intesa come azione diabolica, proprio come l’operazione magica di Faust, il cui esito è l’apparizione di un demone che del resto, già al suo primo apparire, altro non può fare se non deridere l’incauto avventato avventore.

Sarebbe superficiale respingere questo modello come invenzione letteraria e l’intera trasmissione dei grimoires e delle altre opere della letteratura magica come superstizione; piuttosto, se ne dovranno cogliere la complessità e la stratificazione: anche perché, al di sotto delle coltri medievali, abitate e agitate da mistici e alchimisti, si scopriranno strati di età pre-cristiana, che includono l’arte cabalistica con i suoi sigilli, chiavi e clavicole, riconnettendosi, attraverso la tradizione zoroastriana dei Magi, alle più remote e ancestrali radici mesopotamiche e sumere.

Poiché viviamo nel XXI secolo, potremo con ragione tentare di smarcarci dalla prospettiva della superstizione. Ma non altrettanto avremmo ragione se cercassimo di eludere l’archetipo Faust: infatti, se per sottrarci alle categorie della superstizione ci rivolgeremo alla psicoanalisi, allora d’un colpo, d’incanto, tutto ciò che prima poteva apparire oscuro e demoniaco si manifesterà adesso semplicemente come repertorio di immagini del nostro inconscio. Tuttavia, questo cambio di categoria interpretativa, a ben vedere, non è che un significativo cambio di denominazione.

Significativo, perché cambia i parametri di interpretazione, ma anche solo nominale, perché non cambia la sostanza delle forze in gioco. Trasportare la logica del bene e del male dal campo dell’ethos religioso a quello dell’indagine razionale dell’analisi della psiche, anche ammettendo l’illusorietà delle contrapposizioni, non può negare la presenza di forze intese a costruire (coagula) e forze intese a disgregare (solve). È vero che entrambe sono utili nella realizzazione di qualsiasi cosa: ed è anche vero che possiamo costruire una gabbia intorno a noi stessi, oppure distruggere qualcosa che invece avremmo dovuto preservare. Se la meditazione si limita ad osservare, l’azione magica ha la pretesa di intervenire attivamente, di comandare sulle forze dell’inconscio, sugli spiriti. In questa affermazione è il contenuto di scandalo come sacrilegio, inteso come indebita incursione nella sfera del sacro, di chi ardisce a tanto osare.

Poco importa che l’atto magico disponga un comando verso spiriti che esistono oggettivamente al di fuori di noi oppure che siano questi soltanto proiezioni psichiche del nostro inconscio: egualmente si tratta di forze attive che possono influire su di noi. A differenza della meditazione, che si limita a osservarle e placarle con la forza del distacco, l’azione teurgica su queste forze può produrre effetti inconsapevoli, poiché agisce appunto sull’inconscio: e questi effetti possono eccedere la misura di quel che l’Adepto è in condizione di poter contenere.

La conclusione di questo breve trattato ci conduce a dire che la via teurgica è certo più pericolosa per l’Adepto, se comparata con la meditazione. Questa affermazione non va confusa con dogmi religiosi e paure ataviche, poiché è sorretta dalla constatazione che le operazioni rituali agiscono sugli archetipi dell’inconscio individuale e collettivo, e che questi archetipi producono modificazioni sulla struttura delle emozioni e dei desideri, con l’effetto generale di influire sul destino – da intendere etimologicamente come destinazione – dell’agente. Infine, l’azione teurgica amplifica la responsabilità di chi la esercita. Per questa ragione, e secondo i formulari in uso nel N::V::O::, è necessario ripetere l’esortazione a comportarci con prudenza e moderazione.

 

 

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Cardiaco e Teurgico

Cos’è meditazione? Chi sa dirlo?
Sgomberiamo il campo dagli aspetti ornamentali, esornativi, che restano inessenziali. Tutto sta dentro di noi, non c’è altro. Ognuno di noi è un Eone.
Ma un Eone si manifesta dove può, e non dove vuole. A chi non è capitato di dover essere in un luogo e desiderare di essere altrove? In questo scarto c’è tutta la relazione tra la necessità (karma), il nostro desiderio di purezza (vidya) e l’opportunità di colmare la differenza attraverso il comportamento appropriato (dharma). Attraverso queste relazioni dinamiche possiamo ottenere progressivamente l’avvicinamento e la stabilizzazione del nostro manifestarci in luoghi e condizioni più aderenti al nostro desiderio profondo: a patto di non confondere i volubili desideri illusori della mente con i più autentici desideri profondi del cuore.
In altre parole, ci sono luoghi, condizioni e ambienti che rendono più congeniale il dedicarsi a certe attività: è lì che dobbiamo risiedere. Un mistico può certo riuscire a “fermare il tempo” e trovare piena concentrazione anche nel traffico cittadino o in un affollato bar, ma è più semplice, e i disturbi sono minori, se questo accade in un luogo silenzioso e riparato. Inoltre, ed è ovvio, piuttosto che in un luogo opprimente o inadeguato, è più facile ascendere in astrale se questo avviene in uno spazio consacrato in cui, nel tempo, sono convenuti oggetti risonanti, come candelieri, bruciatori di incenso, drappi e altri elementi che inducono facilmente lo stato psicologico più adatto ad allentare le tensioni e sublimare il mentale. I Maestri della Qabbalah dicono: non è la Menorah ad esser sacra in sé, ma è la funzione cui noi la adibiamo che può renderla tale.
Un secondo punto, da sempre noto alla più interna tradizione teatrale: la distinzione tra meditazione contemplativa (studio, osservazione, vuoto mentale e ogni forma di azione verso l’interno) e meditazione attiva (più propriamente intesa, da Cornelius in avanti, come Magia Cerimoniale in quanto forma di azione verso l’esterno), che consiste nell’ordinare lo spazio, fissare i punti cardinali e quindi eseguire cerchi e quadrati in corrispondenza di orientamenti dati da testi-canovaccio quali sono i talismani, e pronunciare in corrispondenza degli angoli certi nomi e imprimerli per aprire e segnarli per chiudere con speciali gesti.
Se questa distinzione, che chiaramente è discutibile, come tutto è discutibile finché si resta nel mentale, si trova tuttavia tradizionalmente fondata, allora consegue che la meditazione contemplativa si addice all’agire cardiaco; mentre la meditazione attiva si risolve sostanzialmente nella pratica teurgica.
I due metodi sono differenti soltanto in apparenza: si tratta di due vie per ottenere lo stesso risultato. In entrambi i casi si tratta di innestare un momento della giornata distinto e separato dal turbinare dei pensieri, con il loro carico di ansie, preoccupazioni, bramosie, cui siamo ordinariamente sottoposti.
Se la meditazione contemplativa ottiene questo risultato lasciando fluire i pensieri fino ad annullarli e giungere a una dimensione astratta (o, se si preferisce, astrale), la meditazione attiva perviene al medesimo scopo attraverso l’esecuzione di una sequenza di azioni del tutto prive di contenuto pratico e di parole lontane da significati del parlare quotidiano ma con la possibilità costante di verificare se ogni singola azione è stata eseguita correttamente, se ogni parola è stata pronunciata nel tempo e nel luogo dovuto, e da qui rilevare se si è ottenuta una concentrazione adeguata, che si raggiunge soltanto se i pensieri di disturbo non si frappongono generando l’errore. 
Infine appare chiaro che la distinzione è illusoria, che ciò che conta è l’unità, l’integrazione, la reintegrazione dell’uno: la condizione attraverso cui l’Eone entra nella possibilità di essere dove desidera, di ottenere lo stato che gli è congeniale.
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