Qabbalah è religione?

è d’uso sostenere che Qabbalah sia la dottrina interna della religione ebraica. Proveremo a confutare questa affermazione.

Innanzi tutto, prenderemo di mira il termine “religione” che appartiene alla interpretazione medievale dei sistemi clericali in Occidente, fondati sulla comune derivazione dalle Sacre Scritture considerate come l’insieme di Antico e Nuovo Testamento.

La fortuna del termine “religione” comincia nel IV secolo. In precedenza, il termine era stato utilizzato da Cicerone e da Lucrezio ed è con riferimento a queste definizioni che si edifica il nuovo status del cristianesimo come religione dell’Impero Romano. In breve, con l’affermarsi del termine “religione” il clero assume la massima influenza sul potere politico.

Questo significato diverrà portante per tutto il Medioevo, soprattutto in funzione dell’egemonia cattolica. Ancora nel 1555 l’Imperatore del Sacro Romano Impero Carlo V d’Asburgo utilizzerà il termine per stabilire una tregua tra cattolici e protestanti affermando il principio cuius regio eius religio.

In età precristiana il termine “religione” sbiadisce fino a rendersi evanescente. Sarebbe dunque preferibile parlare di “culto”, per trovare un termine più consono allo spirito del tempo.

Riteniamo con queste considerazioni di aver sufficientemente provato quanto sia improprio parlare di “religione ebraica”, specie con riferimento all’età veterotestamentaria.

Offriremo adesso argomenti a confutazione di un secondo punto, più esattamente definito dal titolo di questo articolo e cioè che la parte della dottrina cabalistica possa essere definita componente religiosa.

I temi comportano la necessità di approfondire come la dottrina della Qabbalah sia più antica e più profonda nelle sue radici rispetto a quel che comunemente oggi si intende per “religione ebraica” e cioè quella riduzione che corrisponde al Giudaismo rabbinico. Questi approfondimenti sono considerevoli e importanti e, per ragioni di sintesi, non possono essere riportati qui; ci limitiamo pertanto a fare riferimento al saggio di cui si riproduce qui la copertina e dal significativo titolo “Kohen Qabbalah”.

Senza confondere la verità con la dimostrazione scientifica mediante una tesi costruita su fonti verificabili e non su opinioni o suggestioni, diremo che la dimostrazione scientifica non corrisponde al concetto di verità ma, al tempo stesso, è la più alta approssimazione data all’uomo attraverso il suo intelletto.

Indubbiamente, accanto alla dimensione intellettuale c’è una conoscenza intuitiva che passa per il cuore: ma questa non è comunque trasmissibile attraverso la parola scritta.

Tornando all’argomento, occorre dire che l’ebraismo come religione, specialmente inteso nella sua accezione occidentale nell’intermediazione rabbinica, si edifica storicamente in seguito alla diaspora conseguente alla distruzione del secondo Tempio.

In quell’epoca, la componente più mistica dell’ebraismo, specialmente definita dalle scuole cabalistiche, si trovava in aperta opposizione rispetto all’ebraismo rabbinico di farisei e sadducei e stava sviluppando un pensiero radicato nella tradizione di Israele, ma in modo radicale e indipendente rispetto al sistema di precetti che le scuole rabbiniche, ricalcando in certo qual modo il cristianesimo, concepirono lungo il Medioevo.

Non è un caso se quindi, come il saggio Kohen Qabbalah dimostra, il pensiero cabalistico, pur traendo origine dal medesimo ceppo (e, in particolare, dalla Tradizione che Adamo trasmise a Enoch e da qui a Melki-Tzedeq), sia espressione di un pensiero più interno rispetto all’esteriorità religiosa dell’ortodossia rabbinica, i cui lineamenti sono visibili nelle parole dei Profeti e nella linea ereticale della Comunità di Damasco da cui emerse la dottrina degli Esseni, di cui il Cristianesimo delle origini è intriso e che verrà riscoperto durante il Medioevo dalle confraternite protestanti e in specie dalle diramazioni della Rosa+Croce.

Dopo la diaspora, la frattura tra ebraismo rabbinico e scuole cabalistiche fu ancora più forte e pronunciata. Mentre le scuole rabbiniche occidentali si concentrarono sull’ortoprassi e l’osservanza scrupolosa dei precetti, i cabalisti orientali concepirono la nozione di Tiqqun, e cioè di “riparazione”, “rigenerazione” dell’anima, che fu specialmente utilizzata dal Messia dei Marrani e che costituisce la base degli insegnamenti attraverso cui la Qabbalah, sia pure in forma semplificata, è pervenuta alla coscienza occidentale.

Il testo qui proposto rimane oscuro, poiché presuppone profonde conoscenze dottrinali. Ciò non dovrà spaventare il Lettore abituato al linguaggio ermetico e alchemico, che sono ingredienti del sapere cabalistico.

Quel che si voleva ottenere è una duplice confutazione:

la prima, relativa all’idea che la parola religione possa applicarsi alla tradizione ebraica pre-cristiana;

la seconda è che il giudaismo rabbinico costituisca l’intero della tradizione ebraica.

A corollario di questo secondo argomento, si potrà affermare – come il saggio richiamato documenta – che le correnti cabalistiche sono state sempre in certa qual misura dissonanti con il potere sacerdotale, configurando un sacerdozio spirituale in contrapposizione a quello del sistema costituito.

In età illuministica, penetrando all’interno delle cerchie occultiste europee, queste idee hanno preso consistenza estremamente significativa, assumendo il punto di vertice del pensiero esoterico, che tutt’oggi resta più che attuale, in quanto ancora non è stato pienamente compreso, e ancor meno realizzato.

DALQ S+II

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Essenza del pensiero di LCDSM

Pensare di definire l’essenza del pensiero di Louis-Claude De Saint-Martin è veramente opera di presunzione. Tuttavia, anche sostenere che non sia possibile identificarne un cuore pulsante sarebbe vanificarne le possibilità di trasmissione. Quindi, se anche questa non fosse la più autentica essenza del pensiero di LCDSM, almeno accetterete che lo sia nella sintesi dell’autore della presente recensione: secondo il quale questa essenza è contenuta nel termine “sacerdotale“, inteso nei termini in cui LCDSM si esprime soprattutto in quella che, cronologicamente ma riteniamo anche concettualmente, è stata la sua ultima opera: “Il Ministero dell’Uomo-Spirito“.

I membri del N::V::O:: intenderanno qui non soltanto una retrospettiva sul pensiero del Ph::Inc:: per eccellenza tra i M::P::, ma anche i termini di un recente dibattito su alcune disposizioni statutarie del nostro O::M::, in base al quale proprio l’aggettivo “sacerdotale” è stato oggetto di diverse analisi e differenti interpretazioni.

Riportando al pensiero di LCDSM, potremo dire con risoluta definizione che l’Uomo-Spirito è certamente una nuova trasposizione di quel che avrebbe dovuto rappresentare l’Eletto Coen nell’Ordine di formazione del Ph::Inc::, e cioè l’Ordine dei C.:M.: Eletti Coen dell’Universo, fondato da Martinez De Pasqually e che sarebbe stato la miniera in cui LCDSM avrebbe scavato, sin dalle sue prime opere (pensiamo ai quaderni Rosso e Verde), passando per -“L’Uomo di Desiderio” così come per tutte le altre opere fino alla conclusiva “Il Ministero dell’Uomo-Spirito”.

Questa messa a fuoco del concetto di permette adesso di inquadrare in tutto il suo significato il termine Coen, che è chiaramente un termine ebraico, di cui un ampio e accurato studio è stato condotto con l’opera rappresentata in immagine e alla quale si rimanda per tutti i rimandi che questo termine comporta a partire dal suo primo apparire nel libro della Genesi.

Ai fini della presente trattazione, diremo soltanto che il termine Coen (ingl. Kohen, ebr. כהן) è immediatamente associato, sin dal suo primo apparire nei Testamenti, a Melki-Tzedeq. Potremo scoprire che Melki-Tzedeq non è un nome ma un titolo, come ci permette con fonti documentate il libro qui recensito; soprattutto, ne deriviamo con chiarezza che questo titolo è un titolo sacerdotale.

Ecco perché le religioni occidentali esercitano la funzione sacerdotale (e se la contendono) in nome della pretesa legittimazione nell’ “Ordine di Melki-Tzedeq“. Così, questa legittimazione sarebbe stata trasmessa da Sem ad Abramo, e da Abramo ai suoi discendenti fino a Mosé ed Aronne, che istituzionalizzarono il sacerdozio attribuendolo alla Tribù di Levi e alla sua discendenza, non senza polemiche che hanno molto a che vedere con la linea ismaelita, con le origini della tradizione coranica e con altre cose di cui è complesso dire e per le quali si rimanda al saggio recensito.

Per quanto qui rileva, si dovrà ricordare che la Chiesa Cattolica ha ritenuto di poter sottrarre agli Ebrei la primogenitura nel sacerdozio per causa del loro non aver riconosciuto il Messia. In nome di questa costruzione apodittica la Chiesa ritiene tutt’oggi di avere un diritto di primazia nel sacerdozio.

LCDSM è modernissimo nel suo pensiero ritenendo che la funzione sacerdotale non può essere prerogativa esclusiva né degli Ebrei (la denuncia della corruzione dei Sadducei fatta da Giovanni Battista e Gesù Cristo ne sia testimonianza) né dalla Chiesa (la descrizione dei mali della Chiesa sarebbe troppo lunga e patetica, quindi non la faremo nemmeno, rinviando alle cronache del nostro tempo).

LCDSM costruisce invece l’idea modernissima di svincolare la vita spirituale dalla religione, dando a tutti la consapevolezza che “il potere di diventare figli di Dio” di cui parlano i Vangeli significa anche necessariamente diventarne sacerdoti. In breve, la vita spirituale è confermata dall’operatività quotidiana del rito che ogni Adepto deve svolgere a sua tutela, per allontanare i mali del mondo, per costituire intorno a sé cerchi e confini sacri.

L’Adepto che esercita il rito quotidiano è, ipso facto, sacerdote, dunque, secondo il grado di testimonianza, Eletto Coen.

In questo modo è costituito l’Uomo-Spirito di cui parla LCDSM.

La via esoterica ed iniziatica da lui concepita conduce pertanto alla costruzione, lenta e per eccezione, di Eletti Coen, da che il sacerdozio, come è stato spiegato, non può essere rivendicazione esclusiva di una linea genealogica, né può essere prerogativa esclusiva di un clero: perché nessuna di queste vie ha saputo garantire purezza.

La linea sacerdotale cui pensa LCDSM scrivendo del Ministero dell’Uomo-Spirito è una linea ancor più forte di quella cui ambiva il suo Maestro, Martinez De Pasqually: perché se lui, in fondo, aveva come scopo principale l’utilizzare la chiave iniziatica per riaprire le porte dell’ebraismo ai marrani (cioè gli Ebrei che si erano convertiti, forzosamente o per opportunità al cattolicesimo), LCDSM invece si propone un fine più ampio, che è quello di aprire la via sacerdotale a chiunque senta risuonare questa campana all’interno della propria coscienza.

Prima di chiudere l’argomento, occorre dissipare un’ombra: e cioè che il temine “sacerdotale” abbia in sé qualcosa di confessionale o di pretesco. Ciò non soltanto perché le origini sono più remote (ebraiche, abramiche, noachiche, enochiane, adamitiche), ma soprattutto perché in questa idea di sacerdozio l’elemento essenziale è la netta distinzione dalla religione.

Assumiamo così l’essenza del pensiero di LCDSM nell’idea che sia possibile una vita spirituale senza l’adesione a una religione, e che la ripetizione dei riti quotidiani possa trasformare qualsiasi persona in autentico sacerdote, cioé Ministro Spirituale, cioè Eletto Coen.

Sarebbe troppo semplice chiudere in apoteosi e glorificazione. Si dovrà tenere presente che questa trasformazione è l’essenza del Trattato sulla Reintegrazione delle Anime (titolo della principale opera di Martinez De Pasqually e di cui tratteremo in un successivo scritto per le sue non casuali assonanze con la traduzione che il cerchio di Papus farà delle opere di Isaac Luria, da cui si potranno comprendere ulteriori elementi importanti sulla dottrina interna del Martinismo): ma questa trasformazione è possibile solo se sostenuta da stabile equilibrio e sincero lavoro sulla coscienza.

Lasciato a sé stesso, l’Adepto può facilmente inciampare, cadere, o anche semplicemente dimenticare e lasciare all’oblio le sue consacrazioni e i suoi voti. Del resto, la corruzione dei Sadducei come quella della Chiesa sono evidenti testimonianze di questa umana debolezza, e non abbiamo motivo di poter ritenere che la via iniziatica offra garanzie maggiori.

Anche la vita di Loggia non può che essere un momento, un palliativo che può dare la sensazione gioiosa di non essere soli, di condividere, di essere più forti delle divisioni: ma il fondamento resta individuale.

L’unica garanzia è il lavoro costante, la presenza a sé stessi, l’esercizio sistematico del rito: è questo che fa di noi sacerdoti, l’offerta del rito che, se è sincera e stabile, ha il potere di tenere distante gli istinti e i desideri più bassi, così che la tua aura, la tua sfera spirituale, resti inviolabile e protetta.

Se questo non può salvare il mondo, può comunque migliorare il mondo intorno a noi: mondo che, comunque, prima di quanto immaginiamo dovremo lasciare e che, non dobbiamo dimenticare, è per noi soltanto una stazione di passaggio.

DALQ Ph::I:: אור