Cardiaco e Teurgico

Cos’è meditazione? Chi sa dirlo?
Sgomberiamo il campo dagli aspetti ornamentali, esornativi, che restano inessenziali. Tutto sta dentro di noi, non c’è altro. Ognuno di noi è un Eone.
Ma un Eone si manifesta dove può, e non dove vuole. A chi non è capitato di dover essere in un luogo e desiderare di essere altrove? In questo scarto c’è tutta la relazione tra la necessità (karma), il nostro desiderio di purezza (vidya) e l’opportunità di colmare la differenza attraverso il comportamento appropriato (dharma). Attraverso queste relazioni dinamiche possiamo ottenere progressivamente l’avvicinamento e la stabilizzazione del nostro manifestarci in luoghi e condizioni più aderenti al nostro desiderio profondo: a patto di non confondere i volubili desideri illusori della mente con i più autentici desideri profondi del cuore.
In altre parole, ci sono luoghi, condizioni e ambienti che rendono più congeniale il dedicarsi a certe attività: è lì che dobbiamo risiedere. Un mistico può certo riuscire a “fermare il tempo” e trovare piena concentrazione anche nel traffico cittadino o in un affollato bar, ma è più semplice, e i disturbi sono minori, se questo accade in un luogo silenzioso e riparato. Inoltre, ed è ovvio, piuttosto che in un luogo opprimente o inadeguato, è più facile ascendere in astrale se questo avviene in uno spazio consacrato in cui, nel tempo, sono convenuti oggetti risonanti, come candelieri, bruciatori di incenso, drappi e altri elementi che inducono facilmente lo stato psicologico più adatto ad allentare le tensioni e sublimare il mentale. I Maestri della Qabbalah dicono: non è la Menorah ad esser sacra in sé, ma è la funzione cui noi la adibiamo che può renderla tale.
Un secondo punto, da sempre noto alla più interna tradizione teatrale: la distinzione tra meditazione contemplativa (studio, osservazione, vuoto mentale e ogni forma di azione verso l’interno) e meditazione attiva (più propriamente intesa, da Cornelius in avanti, come Magia Cerimoniale in quanto forma di azione verso l’esterno), che consiste nell’ordinare lo spazio, fissare i punti cardinali e quindi eseguire cerchi e quadrati in corrispondenza di orientamenti dati da testi-canovaccio quali sono i talismani, e pronunciare in corrispondenza degli angoli certi nomi e imprimerli per aprire e segnarli per chiudere con speciali gesti.
Se questa distinzione, che chiaramente è discutibile, come tutto è discutibile finché si resta nel mentale, si trova tuttavia tradizionalmente fondata, allora consegue che la meditazione contemplativa si addice all’agire cardiaco; mentre la meditazione attiva si risolve sostanzialmente nella pratica teurgica.
I due metodi sono differenti soltanto in apparenza: si tratta di due vie per ottenere lo stesso risultato. In entrambi i casi si tratta di innestare un momento della giornata distinto e separato dal turbinare dei pensieri, con il loro carico di ansie, preoccupazioni, bramosie, cui siamo ordinariamente sottoposti.
Se la meditazione contemplativa ottiene questo risultato lasciando fluire i pensieri fino ad annullarli e giungere a una dimensione astratta (o, se si preferisce, astrale), la meditazione attiva perviene al medesimo scopo attraverso l’esecuzione di una sequenza di azioni del tutto prive di contenuto pratico e di parole lontane da significati del parlare quotidiano ma con la possibilità costante di verificare se ogni singola azione è stata eseguita correttamente, se ogni parola è stata pronunciata nel tempo e nel luogo dovuto, e da qui rilevare se si è ottenuta una concentrazione adeguata, che si raggiunge soltanto se i pensieri di disturbo non si frappongono generando l’errore. 
Infine appare chiaro che la distinzione è illusoria, che ciò che conta è l’unità, l’integrazione, la reintegrazione dell’uno: la condizione attraverso cui l’Eone entra nella possibilità di essere dove desidera, di ottenere lo stato che gli è congeniale.
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Pilastro Invisibile

Questo semplice ma importante esercizio sulla colonna vertebrale, è utile a rafforzare e vitalizzare l’asse portante del nostro sistema vitale.

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L’Adepto sa che l’ingresso al Tempio avviene attraverso una porta simbolicamente presieduta da un pilastro bianco e un pilastro nero: sono le coppie degli opposti, manifestazioni illusore che l’Iniziato lascia dietro di sé.

Lasciato il mondo dell’illusione alle sue spalle, l’Iniziato deve trasformarsi in un Adepto: e per far questo deve trovare il Pilastro Invisibile.

Il Pilastro è invisibile perché è dentro di noi: è la nostra coscienza, rappresentata dai poteri vitali della colonna vertebrale.

L’esercizion comincia dispondendo le mani nel segno di Shaddai (mettere le mani in alto nella posizione di Hestos – Y). Ognuna della mani avrà le dita divaricate (mignolo e anulare attaccati, separati da medio e indice, tra loro attaccati); pollici e indici delle due mani a formare un triangolo che sarà formato sopra la fronte. Scandire, senza fretta e vibrando, EHIEH, tre volte.

Si porrà dunque la mano sinistra avanti, come per far barriera, e la mano destra sulla gola, come per impedire di parlare. La parola da vibrare tre volte è ELOHIM.

Si porranno le mani sul cuore (meglio se la sinistra avrà medio e anulare uniti e indice e mignolo separati) e si dirà ELOAH VA DAATH, tre volte.

Si costruirà quindi un triangolo come quello iniziale, ma questa volta con la punta verso il basso e posizionato in corrispondenza dei genitali, e si dirà: SHADDAI EL CHAI.

Infine, poggiando il ginocchio destro a terra, si dirà ADONAI MELEK, ADONAI HA-ARETZ; poi entrambe le ginocchie, si ripete il nome. Infine, toccando con la fronte a terra, si ripete ancora.

Completa battendo tre colpi a terra, bussando.

Rialzarsi lentamente e ringraziare idealmente portando le mani al cuore.

Fine.

Kohen Qabbalah

In this short movie, the Author of the research Kohen Qabbalah speaks about the differences between spirituality and religion, claiming that early tradition is founded on a natural spirituality based on the simple observation of the Moon, the Sun (and the Planets around it) and the Stars. Through this simple understanding, the demonstration is given through by modern researches, which are able to get information from Qumran and Nag-Hammadi discoveries. In this way and with this meaning, the word “Kohen” allow us to go beyond even the Jewish tradition, simply because the moment this word appears in the Holy Writings is before the creation of the priesthood of Aaron (the Levites). We are so far introduced into the Ancient tradition of Melki-Tzedeq: and this is not the only surprise this essay would transmit to its Readers.

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INTGLISH? As we are talking about an European movement, language is a very important point. We need to imagine – as we in fact does when working in presence – a place where people of different language meets to work together. Of course, our work language is English; but we want to underline that there is consciousness and awareness that our English is a language of transformation, we may say a form of International English or – if you prefer – Internet English, the mix we call Intglish, as explained in the Europa Magica magazine, This lighter approach to communication is the spirit of time and, while we respect the great tradition in literature and history of the English language, simultaneously we call for a frank language which is the result given by the magickal equation of the mix of words taken from Enochian, Hebrew, Sanskrit, Latin, French, German, Spanish, Chinese, African and Maya which are the instruments of Magick. Therefore, dear Reader, forgive us some mistakes in grammar and syntax, thinking that we are building a new koiné.

Il Dio dell’Eden

In fine e in principio, che il Dio dell’Eden non sia il vero Dio è noto da sempre: ma oggi è documentabile. Il percorso di ricerca insito in questo libro lo dimostra e, per farlo, si manifesta nel suo svolgersi. Il Dio dell’Eden è un libro dalla genesi multiforme. L’Autore ne parla qui spiegando in primo luogo che il titolo non è pretestuoso, non si tratta di un romanzetto o un racconto allegorico. Il Dio dell’Eden è una ricerca sulle fonti, tutte documentate e confrontabili. Una ricerca che si stratifica nel corso degli anni, come il filmato dichiara mostrando gli altri libri che hanno preceduto «Il Dio dell’Eden». Il punto di partenza è dato da Torah Atziluth, un libro sull’interpretazione ermeneutica dei primi tre capitoli del libro della Genesi. L’introduzione di Luigi Moraldi a questo libro si manifesta come chiara indicazione del contesto di derivazione della ricerca (Moraldi è stato il principale traduttore in lingua italiana dei manoscritti di Qumran e di Mag-Hammadi). La successiva curva che l’Autore imprime al suo racconto è relativa ai suoi studi rabbinici che lo hanno condotto a prendere in considerazione la conversione (ma il termine più esatto sarebbe “il ritorno“) all’ebraismo, per poi scartare l’ipotesi e abbracciare l’ebraismo di Spinoza, di De Pasqually e, definitivamente, di tutti i marrani, cioè di quegli ebrei che, costretti o per opportunità, hanno perduto la tradizione dei Padri («L’Ebraismo per non-ebrei»). Da questa impervia balza, l’ultimo salto verso la vetta consiste nel manifestare che questa lettura non è una curiosità filosofica che si risolve in una fantastica cavalcata attraverso un passato mitico: al contrario, il libro prende consapevolezza del suo essere, proprio sul modello spinoziano, un “trattato teologico-politico” e di contribuire dunque in modo attivo, per chi vorrà svolgere un percorso di lettura e introspezione, ad un mutamento dei modelli culturali, e al superamento dei veli oscurantisti delle religioni in nome dell’idea di un’età della Ragione che consegue all’età dei Lumi e che oggi, nel XXI secolo, dovrebbe permettere a chiunque voglia aprire il suo cuore, la sua mente, i suoi occhi, di comprendere che la vita spirituale non dipende né dal potere né dalla religione: è un atto di libertà, di volontà e consapevolezza, che parte dal più nobile dei desideri che la condizione umana possa esprimere.

il dio dell'eden

INTGLISH? As we are talking about an European movement, language is a very important point. We need to imagine – as we in fact does when working in presence – a place where people of different language meets to work together. Of course, our work language is English; but we want to underline that there is consciousness and awareness that our English is a language of transformation, we may say a form of International English or – if you prefer – Internet English, the mix we call Intglish, as explained in the Europa Magica magazine, This lighter approach to communication is the spirit of time and, while we respect the great tradition in literature and history of the English language, simultaneously we call for a frank language which is the result given by the magickal equation of the mix of words taken from Enochian, Hebrew, Sanskrit, Latin, French, German, Spanish, Chinese, African and Maya which are the instruments of Magick. Therefore, dear Reader, forgive us some mistakes in grammar and syntax, thinking that we are building a new koiné.

Note sul Maestro

Il Maestro ha sempre torto, perché la responsabilità è sua, e non degli altri. E non a caso gli altri che sono con lui sono spesso inclini a rinfacciargli i suoi limiti, che abbiano motivo o no. E questo non accade per una ragione particolare, ma solo per il fatto che nei gruppi iniziatici il legame è volontario, ed è una normale tendenza umana quella di rifiutare la gerarchia se l’adesione non è determinata da ragioni materiali di potere, che sia potere crudo o potere velato da rapporti economici, come nel caso del lavoro subordinato, dove vale la regola chi paga dispone: ma persino in questo caso, sa bene chi ha fatto lavori per la propria casa, è comunque disperante ottenere dagli operai un lavoro ben fatto.

La relazione di libertà su cui si fondano i gruppi iniziatici è basata su un equilibrio difficile, instabile, dove il rapporto gerarchico poggia su una catena di trasmissione entro la quale l’Adepto è spesso motivato esclusivamente dalla sua volontà di acquisire il grado (che, non a caso, è sovente detto “aumento di paga”). In fondo, non c’è nulla di sbagliato in questa tensione naturale. Un libro piuttosto noto della cultura beat del secolo scorso ha per titolo Se incontri il Buddha per strada, uccidilo, e sta a significare che ogni persona ha il diritto alla propria autodeterminazione e di non farsi assoggettare da insegnamenti volti ad affermare una gerarchia.

Possiamo certo riconoscere un certo grado di validità in queste espressioni della cultura della contestazione che, del resto, hanno molti meriti storici sul percorso di nuova consapevolezza e di emancipazione emerso dalle trasformazioni del dopoguerra e culminato nel ’68. Non possiamo trascurare però che questa cultura è implosa su se stessa, travolta dalla superficialità e dall’uso indistinto di droga e alcool, al di fuori di ogni comprensione rituale del progredire iniziatico, e che oggi dei residui ideologici non rimane molto e quel poco che resta è inutilizzabile.

Raramente c’è qualcuno disposto a chiedersi quale sia stato il percorso che ha condotto il Maestro a raggiungere quel grado, e lo si liquida frettolosamente come un privilegio chissà per quale ragione ottenuto e con quali sotterfugi e astuzie, quindi non meritevole di considerazione. Chi pensa questo sta già pensando a quali sotterfugi fare ricorso per la sua scalata. Tutto sbagliato. Bisogna uscire da questa trappola. A questo punto della trattazione, è bene dare consistenza tradizionale agli argomenti. Richiamando quanto dice Oswald Wirth nel volume sugli studi massonici dedicato al grado di Maestro, potremo dire innanzi tutto che il grado di appartenenza si giustifica per le opere prodotte (il tracciato si realizza sotto forma di atti, scrive testualmente), che devono essere congruenti al grado.

I sacrifici che il Maestro ha sostenuto per raggiungere il grado non devono illuderlo rispetto alla comprensione degli Adepti che a lui si rivolgono. Per questo il Maestro deve uccidere ogni illusione, deve aver vuotato fino all’ultima goccia il calice dell’amarezza: sapendo che, in ogni caso, questa conoscenza simbolica non lo porrà al riparo dalle forze oscure della vita.

I criminali devono essere ricercati tra i Compagni” avverte Wirth riprendendo la leggenda di Hiram: e la causa dell’assassinio va ricercata nell’insubordinazione per ottenere un immediato vantaggio materiale.

Si può perdonare all’Apprendista l’impulsività, perché dominare le sue pulsioni è il compito del grado. Il Compagno dovrebbe essere in grado di esercitare questo dominio. Se il Maestro si accorge che questo dominio non è stabilmente ottenuto da parte del Compagno, che invece si dimostra ancora soggiogato da comportamenti compulsivi, dovrà fare tutto il possibile per tenere al riparo l’Ordine, la sua persona e persino l’Aspirante, proteggendo l’istituzione dal passo scellerato di conferire un grado a chi non è in condizione di sostenerlo e potrebbe pertanto essere nocivo a sé ed agli altri.

Seguiamo ancora Wirth, nella sua trattazione della Prova del futuro Maestro: “A conoscenza dell’assassinio dei cattivi Compagni, il candidato alla Maestria constata il risultato di un complotto nel quale poteva essere implicato a sua insaputa; gli operai fedeli si lamentano davanti al cadavere di Hiram, possessore dei segreti dell’Arte. Ora: il postulante è sicuro di non essere venuto a patti con persone superficiali, sempre pronte a condannare ciò che non comprendono ed a voler sopprimere tutto quanto non quadra con la loro logica? Si è dimostrato abbastanza rispettoso verso la tradizione impersonata da Hiram, da non associarsi a persone sconsiderate? Non ha preso parte in qualche misura alla mentalità che fece cadere sul Maestro il pesante regolo del suo assassino?”

Ci sono vie diverse per il cammino. Altrove, non abbiamo esitato a riconoscere come autentica una iniziazione ottenuta per acquisto materiale del grado. Altrettanto autentiche sono le iniziazioni di gruppi che operano al di fuori della legge. A ciascuno il suo cammino: perché iniziazione è avvio a un cammino: e i sentieri non sono uguali.

Anche noi sciocchi idealisti abbiamo davanti la morte simbolica, come ricorda Jules Boucher, il più antico tra i misteri. Tenere il silenzio diventa il compito da dare a quegli Adepti che hanno dato dimostrazione, per le loro turbolenze, di non essere ancora pienamente affidabili. La loro capacità o incapacità di attenersi a questo dispositivo sarà illuminante per il valutatore. Una tripla morte: fisica (la gola, sbarrata dal regolo), sentimentale (la squadra, che collega il cuore alla mano), mentale (il maglietto che batte la fronte). La menzogna, l’ignoranza e l’ambizione sono i tre assassini da espellere dalla comunità.

Scrive ancora Wirth: “In Massoneria, nessuna autorità è superiore a quella del Maestro. Oltre il Maestro non c’è più nulla. Colui che dirige i Lavori della Loggia è al pari degli altri Maestri e ad essi deve rendere conto del compimento della sua missione. Anche un Gran Maestro non è che un delegato dei Maestri e, a nome loro e sotto il loro controllo, governa una federazione di Logge.”

Chi scrive, questo grado lo ha ricevuto onorariamente, in virtù delle opere da lui prodotte. Aderendo alla tradizione di Wirth, si orienta all’idea che gli Alti Gradi non siano che il frutto di un’invenzione reazionaria, ma che esista, oltre la Massoneria che attiene alle funzioni della gendarmeria e della sicurezza del Tempio, una tradizione sacerdotale che attiene alla dimensione più interna dei segreti del Tempio e dei Superiori Sconosciuti, di cui qui non sarà detto nulla.

Chi vuol pretendere di appartenere a questa sfera interna deve comprendere che deve richiedere a sé stesso qualcosa di più e di ulteriore rispetto alle già gravi responsabilità del Maestro Massone. Ma questo non può essere spiegato con parole scritte, e deve risuonare nella coscienza dell’Adepto.

Iniziazione Coen

Rabbini o Profeti? Da dove proviene l’iniziazione Coen?

Se pensiamo che Gesù è stato un profeta rifiutato dal popolo di Israele, potremmo dire che questa è un’amara verità. Ma dovremo anche riflettere sul fatto che non si tratta di una situazione mai verificatasi prima. Giusto per ricordare il Profeta tra i precursori che Gesù ha più amato, e che si incrocia con il suo destino quando viene chiamato alla lettura in sinagoga del passo “Lo Spirito del Signore è su di me, per questo egli mi ha consacrato” (Isaja 61,1; richiamato in Luca 4,17), rammenteremo che Isaja venne arrestato e condannato a morte sotto Manasse. Secondo tradizione venne inchiodato a un palo a testa in giù e il suo corpo tagliato in due: aveva osato denunciare la corruzione del Tempio.

Quel che si intende dire è che, se si vuole tentare di dare uno sguardo alla più pura essenza della dottrina Rosacrociana, occorre avvertirla nel suo intimo desiderio di ripristinare il Cristianesimo delle origini, cioè l’autentica dottrina del profeta che ha rinnovato l’ebraismo riconducendolo alla sua tradizione per cabala, precedente e inconciliabile con quel che l’avrebbe fatta diventare il Cristianesimo dopo il Concilio di Nicea del 321 e, soprattutto, dopo il 392, quando divenne religione dell’Impero romano, divenendo definitivamente strumento del potere temporale e ammantandosi di errori su errori, fino a cancellare ogni autentico rapporto con il pensiero di Gesù, che non è affatto, come si direbbe oggi “buonista”: “siate semplici come colombe e prudenti come serpenti“; non è nemmeno cristianesimo, almeno, non più di quanto il martinismo non sia martinezismo; non più di quante rose siano nella ghirlanda; non più di quante api siano nell’alveare. Eccovi un distillato gnostico e cabalistico.

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Il potere di diventare Figli di Dio

Esempio di esegesi biblica in chiave M cabalistica.

Esaminiamo il versetto di Giovanni I,12 che contiene la frase “A voi è dato il potere di farvi Figli di Dio“.

Se rettamente interpretata, questa frase esclude l’applicabilità dell’interpretazione cattolica che vuole in Gesù “l’unigenito figlio di Dio”. Sono i Vangeli a smentirla, e segnatamente questo passo [I,12] del Vangelo di Giovanni. D’un colpo, tutte le polemiche di secoli sullo gnosticismo e le lotte contro le eresie di Ario e dei Monofisiti sono dissipate, sciolte come neve al sole: e non certo per degradare l’insegnamento di Gesù, grande tra i Profeti, ma per rischiararne il contenuto. Non si tratta quindi di un carattere esclusivo ma di un “potere” dato a tutti coloro i quali intendano perseguirlo. Leggi l’intero articolo

Qabbalah è religione?

è d’uso sostenere che Qabbalah sia la dottrina interna della religione ebraica. Proveremo a confutare questa affermazione.

Innanzi tutto, prenderemo di mira il termine “religione” che appartiene alla interpretazione medievale dei sistemi clericali in Occidente, fondati sulla comune derivazione dalle Sacre Scritture considerate come l’insieme di Antico e Nuovo Testamento.

La fortuna del termine “religione” comincia nel IV secolo. In precedenza, il termine era stato utilizzato da Cicerone e da Lucrezio ed è con riferimento a queste definizioni che si edifica il nuovo status del cristianesimo come religione dell’Impero Romano. In breve, con l’affermarsi del termine “religione” il clero assume la massima influenza sul potere politico.

Questo significato diverrà portante per tutto il Medioevo, soprattutto in funzione dell’egemonia cattolica. Ancora nel 1555 l’Imperatore del Sacro Romano Impero Carlo V d’Asburgo utilizzerà il termine per stabilire una tregua tra cattolici e protestanti affermando il principio cuius regio eius religio.

In età precristiana il termine “religione” sbiadisce fino a rendersi evanescente. Sarebbe dunque preferibile parlare di “culto”, per trovare un termine più consono allo spirito del tempo.

Riteniamo con queste considerazioni di aver sufficientemente provato quanto sia improprio parlare di “religione ebraica”, specie con riferimento all’età veterotestamentaria.

Offriremo adesso argomenti a confutazione di un secondo punto, più esattamente definito dal titolo di questo articolo e cioè che la parte della dottrina cabalistica possa essere definita componente religiosa.

I temi comportano la necessità di approfondire come la dottrina della Qabbalah sia più antica e più profonda nelle sue radici rispetto a quel che comunemente oggi si intende per “religione ebraica” e cioè quella riduzione che corrisponde al Giudaismo rabbinico. Questi approfondimenti sono considerevoli e importanti e, per ragioni di sintesi, non possono essere riportati qui; ci limitiamo pertanto a fare riferimento al saggio di cui si riproduce qui la copertina e dal significativo titolo “Kohen Qabbalah”.

Senza confondere la verità con la dimostrazione scientifica mediante una tesi costruita su fonti verificabili e non su opinioni o suggestioni, diremo che la dimostrazione scientifica non corrisponde al concetto di verità ma, al tempo stesso, è la più alta approssimazione data all’uomo attraverso il suo intelletto.

Indubbiamente, accanto alla dimensione intellettuale c’è una conoscenza intuitiva che passa per il cuore: ma questa non è comunque trasmissibile attraverso la parola scritta.

Tornando all’argomento, occorre dire che l’ebraismo come religione, specialmente inteso nella sua accezione occidentale nell’intermediazione rabbinica, si edifica storicamente in seguito alla diaspora conseguente alla distruzione del secondo Tempio.

In quell’epoca, la componente più mistica dell’ebraismo, specialmente definita dalle scuole cabalistiche, si trovava in aperta opposizione rispetto all’ebraismo rabbinico di farisei e sadducei e stava sviluppando un pensiero radicato nella tradizione di Israele, ma in modo radicale e indipendente rispetto al sistema di precetti che le scuole rabbiniche, ricalcando in certo qual modo il cristianesimo, concepirono lungo il Medioevo.

Non è un caso se quindi, come il saggio Kohen Qabbalah dimostra, il pensiero cabalistico, pur traendo origine dal medesimo ceppo (e, in particolare, dalla Tradizione che Adamo trasmise a Enoch e da qui a Melki-Tzedeq), sia espressione di un pensiero più interno rispetto all’esteriorità religiosa dell’ortodossia rabbinica, i cui lineamenti sono visibili nelle parole dei Profeti e nella linea ereticale della Comunità di Damasco da cui emerse la dottrina degli Esseni, di cui il Cristianesimo delle origini è intriso e che verrà riscoperto durante il Medioevo dalle confraternite protestanti e in specie dalle diramazioni della Rosa+Croce.

Dopo la diaspora, la frattura tra ebraismo rabbinico e scuole cabalistiche fu ancora più forte e pronunciata. Mentre le scuole rabbiniche occidentali si concentrarono sull’ortoprassi e l’osservanza scrupolosa dei precetti, i cabalisti orientali concepirono la nozione di Tiqqun, e cioè di “riparazione”, “rigenerazione” dell’anima, che fu specialmente utilizzata dal Messia dei Marrani e che costituisce la base degli insegnamenti attraverso cui la Qabbalah, sia pure in forma semplificata, è pervenuta alla coscienza occidentale.

Il testo qui proposto rimane oscuro, poiché presuppone profonde conoscenze dottrinali. Ciò non dovrà spaventare il Lettore abituato al linguaggio ermetico e alchemico, che sono ingredienti del sapere cabalistico.

Quel che si voleva ottenere è una duplice confutazione:

la prima, relativa all’idea che la parola religione possa applicarsi alla tradizione ebraica pre-cristiana;

la seconda è che il giudaismo rabbinico costituisca l’intero della tradizione ebraica.

A corollario di questo secondo argomento, si potrà affermare – come il saggio richiamato documenta – che le correnti cabalistiche sono state sempre in certa qual misura dissonanti con il potere sacerdotale, configurando un sacerdozio spirituale in contrapposizione a quello del sistema costituito.

In età illuministica, penetrando all’interno delle cerchie occultiste europee, queste idee hanno preso consistenza estremamente significativa, assumendo il punto di vertice del pensiero esoterico, che tutt’oggi resta più che attuale, in quanto ancora non è stato pienamente compreso, e ancor meno realizzato.

DALQ S+II

ESSENZA DELLA DOTTRINA MARTINISTA

§1. Necessaria premessa e preambolo ad ornamento dei Maestri

Definire l’essenza di una dottrina vasta e composita, che si estende nei secoli e si avvale dell’apporto di una molteplicità di autori è certamente un atto di presunzione, indubbiamente: ma non si dubiterà comunque che sia possibile una sintesi, altrimenti si dovrebbe cedere all’idea che nulla è conoscibile e che non sappiamo niente. Tesi che l’autore di questo saggio sposa con serenità, tanto più marcata è la differenza tra sapere e conoscere.

Commentando l’articolo su Martinez De Pasqually concepito in forma di “intervista impossibile” che uno dei più sensibili tra gli esoteristi del nostro tempo ha tracciato, mi sono trovato ad annotare che…

LEGGI L’INTERO ARTICOLO SE HAI LA PAROLA DI PASSO