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Il Tibet, il Dalai Lama e l’Agartthi

Prendiamo spunto da un recente dossier apparso su TIME del 18 marzo 2019 per fare qualche considerazione sulla situazione del Tibet. La versione semplice sarebbe quella di un paese in esilio, vittima dal 1959 della persecuzione del regime comunista di Mao e da allora progressivamente deprivato dei propri atavici possedimenti.

Questa visione semplificata è certamente vera. A patto di non confondere la leggenda dell’ “Orizzonte Perduto” (come la definisce Charlie Campbell, autore del richiamato dossier) con la verità storica: “il regno non fu mai una utopia agraria e spirituale. La maggior parte dei residenti vissero un’esistenza hobbesiana. I nobili erano strettamente legati in sette classi, con il solo Dalai Lama appartenente alla prima. Pochissimi tra le persone comuni ebbero anche un livello minimo di educazione e istruzione. La medicina moderna era proibita, soprattutto la chirurgia, ed anche malanni minori erano causa di morte. Le malattie erano tipicamente trattata con impacchi d’orzo, burro e orine di una vacca sacra. L’aspettativa di vita per le persone esterne alle caste era di 36 anni. A chi si ribellava, accusato di un crimine, venivano tagliate le mani, le braccia o le gambe, a seconda della gravità dell’accusa.

Anche il Dalai Lama ammette che il Tibet era secoli indietro e insiste che lui avrebbe voluto apportare riforme. In certo qual modo, si può dire che l’occupazione comunista, nello spirito del tempo, avesse alcuni elementi di ragione. Non altrettanto si può dire oggi, perché la Cina ha dato un’interpretazione non soltanto totalmente materialista, ma addirittura di un materialismo che si apre alla società dei consumi e al capitalismo, introducendo ulteriore confusione. Proviamo quindi a vedere dietro il velo e, per farlo, apriamo le pagine de Il Re del Mondo di René Guénon.

Nel farlo, eviteremo di fare ossequio ad un autore fin troppo esaltato e che pochi riescono a distinguere come tradizionalista reazionario. Se mai, una nota va fatta per parlare del caso editoriale italiano. Tutti sanno che Il Re del Mondo fu pubblicato nel 1977 da Adelphi, casa editrice che giustamente rivendica di aver infranto la barriera invisibile che non permetteva a testi di ispirazione mistica e irrazionale di penetrare nel campo letterario italiano dominato dallo stretto rigore realista e neo-realista cui si ispiravano Einaudi, Mondadori, Longanesi, Feltrinelli e gli altri maggiori. L’affermazione è vera, ma bisogna ricordare che questo libro apparve in fascicoli all’interno delle pubblicazioni mensili dell’anno 1924 della rivista Atanór: ciò significa che, riconosciuto il merito di Adelphi rispetto alla letteratura italiana, occorre anche riconoscere il ruolo di Atanór, sia come rivista che come casa editrice, nell’essersi fatta albergo per la letteratura sino a poco tempo fa non accettata dalle accademie.

Detto questo, veniamo all’argomento: e troveremo in primo luogo, per ammissione dell’autore medesimo, che il tema non è un’invenzione originale, ma si deve a un’opera postuma di Saint-Yves d’Alveidre, La Mission de L’Inde, e alle conferme di quanto ivi trascritto da parte di Ferdinand Ossendowski, che dichiara però di aver scritto il suo libro Bêtes, Hommes et Dieux prima di aver letto il libro di Saint-Yves, e di aver ottenuto informazioni coincidenti mediante il suo viaggio tra il 1920 e il 1921.

Il centro della storia è una pietra nera inviata dal Re del Mondo al Dalai Lama. In virtù di questa attribuzione, il Dalai Lama rivestiva il ruolo di Custode della Soglia dell’Agartthi, e il Palazzo del Potala a Lasah ne sarebbe il portale d’accesso.

Non dobbiamo considerare questa storia allegorica, o pur leggenda che si voglia dire, come esclusiva prerogativa della tradizione orientale: perché l’altro nome dell’Agartthi è Paradesha, da cui deriva il Pardes dei Caldei (e la famosa storia talmudica dei Quattro che entrarono nel Pardes).

Infine, non potremo certo trascurare la narrazione gnostica, in Pistis Sophia, della fuga di Gesù Cristo da Gerusalemme, e del suo viaggio in India per discendere nel luogo degli Arconti.

 

Scandalo teurgico

Nel trattare le dinamiche della meditazione contemplativa in rapporto a quelle della meditazione attiva, un precedente articolo (Cardiaco e Teurgico) ha già operato la distinzione sostanziale, attribuendo alle due strade la stessa meta: e cioè il raggiungimento di uno stato immune (o, almeno, sufficientemente immune; il quanto dipende dalla qualità della concentrazione) dai pensieri quotidiani, dalle ansie e dalle preoccupazioni.

Per motivare questa affermazione, l’argomento traeva alimento da un modo consueto di esprimere questo lavoro: creare il vuoto mentale. Questa definizione, in effetti, è corretta solo in parte: perché la mente non è mai vuota, anzi. Il punto è quello di sgomberare la mente dal disordine e dalla confusione che ansie e preoccupazioni producono, per giungere alla condizione in cui pensieri superiori e intuizioni profonde possono manifestarsi.

Per ottenere questo stato, ci sono quindi due vie: quella della meditazione e quella dell’azione rituale.

La via della meditazione è dolce ma non è semplice: si tratta di raggiungere uno stato di grazia attraverso una pacificazione interna che si può ottenere mediante la respirazione o la riflessione su pensieri sottili, fino all’allentamento delle tensioni e all’ingresso in uno stato di trance o semi-trance ai limiti del sonno. Per chi intenda raggiungere questa condizione attraverso l’allineamento della respirazione, le tecniche della respirazione yoga (pranayama) sono le più indicate, meglio se sorrette da mudra e mantra (chi lo volesse, può dare uno sguardo a questo specifico ebook). Da soli, non è semplice ottenere le condizioni di concentrazione e disciplina che la pratica richiede. Per quanto riguarda i gruppi, questi hanno possibilità di funzionare; ma spesso solo per un periodo di grazia, dopo il quale fatalmente si sfaldano, si sfilacciano, si decompongono.

La via dell’azione rituale, che talora si trova detta anche eroica, è in certo qual modo più facile ed efficace per l’azione individuale, perché si tratta infine di eseguire un copione (meglio, un canovaccio) di parole e gesti orientati nella sequenza (cioè nel tempo) e nello spazio. La capacità di eseguire senza errori queste sequenze è indice della qualità della concentrazione di chi le esegue, che ha dunque la possibilità dell’immediata verifica. Poiché queste parole e questi gesti sono totalmente estranei all’agire quotidiano, è evidente che la perfetta esecuzione manifesta l’allontanamento dai pensieri ordinari. Sembrerebbe dunque tutto perfetto per questa azione teurgica, ma dobbiamo considerare come sia considerata complessa e pericolosa, al punto da esser ancor oggi un vero scandalo. Veniamo così all’oggetto di questo articolo e cerchiamo insieme di cavarci fuori dagli schemi della superstizione medievale, affrontando subito l’immagine simbolo con cui la letteratura e l’arte ci tramandano, etichettandola come tentativo scellerato, l’opera teurgica di Faust.

240px-Page_004_(Faust,_1925) Harry Clark per Goethe
 

Illustrazione di Harry Clark per l’edizione 1925 del Faust di Goethe. Fonte: Wiki https://en.wikipedia.org/wiki/Faust

 

Se il fine dell’operazione teurgica è comune a quello delle tecniche di meditazione, e cioè tenere a distanza i pensieri quotidiani, lo scandalo della via teurgica consiste nell’ottenere questo risultato non con una azione passiva di resistenza, come nel caso delle tecniche di meditazione, ma con una via attiva, che comporta gesti ed azioni realizzate in uno spazio consacrato e contrassegnato da cerchi, quadrati, triangoli, con parole chiave da pronunciare vibrandole in corrispondenza dei momenti in cui questo deve accadere.

La trasmissione medievale ha tramandato queste procedure come arte di comandare agli spiriti: ed è qui che si innesta lo scandalo che questa via genera verso coloro che osano percorrerla, perché comandare agli spiriti è sempre stata intesa come azione diabolica, proprio come l’operazione magica di Faust, il cui esito è l’apparizione di un demone che del resto, già al suo primo apparire, altro non può fare se non deridere l’incauto avventato avventore.

Sarebbe superficiale respingere questo modello come invenzione letteraria e l’intera trasmissione dei grimoires e delle altre opere della letteratura magica come superstizione; piuttosto, se ne dovranno cogliere la complessità e la stratificazione: anche perché, al di sotto delle coltri medievali, abitate e agitate da mistici e alchimisti, si scopriranno strati di età pre-cristiana, che includono l’arte cabalistica con i suoi sigilli, chiavi e clavicole, riconnettendosi, attraverso la tradizione zoroastriana dei Magi, alle più remote e ancestrali radici mesopotamiche e sumere.

Poiché viviamo nel XXI secolo, potremo con ragione tentare di smarcarci dalla prospettiva della superstizione. Ma non altrettanto avremmo ragione se cercassimo di eludere l’archetipo Faust: infatti, se per sottrarci alle categorie della superstizione ci rivolgeremo alla psicoanalisi, allora d’un colpo, d’incanto, tutto ciò che prima poteva apparire oscuro e demoniaco si manifesterà adesso semplicemente come repertorio di immagini del nostro inconscio. Tuttavia, questo cambio di categoria interpretativa, a ben vedere, non è che un significativo cambio di denominazione.

Significativo, perché cambia i parametri di interpretazione, ma anche solo nominale, perché non cambia la sostanza delle forze in gioco. Trasportare la logica del bene e del male dal campo dell’ethos religioso a quello dell’indagine razionale dell’analisi della psiche, anche ammettendo l’illusorietà delle contrapposizioni, non può negare la presenza di forze intese a costruire (coagula) e forze intese a disgregare (solve). È vero che entrambe sono utili nella realizzazione di qualsiasi cosa: ed è anche vero che possiamo costruire una gabbia intorno a noi stessi, oppure distruggere qualcosa che invece avremmo dovuto preservare. Se la meditazione si limita ad osservare, l’azione magica ha la pretesa di intervenire attivamente, di comandare sulle forze dell’inconscio, sugli spiriti. In questa affermazione è il contenuto di scandalo come sacrilegio, inteso come indebita incursione nella sfera del sacro, di chi ardisce a tanto osare.

Poco importa che l’atto magico disponga un comando verso spiriti che esistono oggettivamente al di fuori di noi oppure che siano questi soltanto proiezioni psichiche del nostro inconscio: egualmente si tratta di forze attive che possono influire su di noi. A differenza della meditazione, che si limita a osservarle e placarle con la forza del distacco, l’azione teurgica su queste forze può produrre effetti inconsapevoli, poiché agisce appunto sull’inconscio: e questi effetti possono eccedere la misura di quel che l’Adepto è in condizione di poter contenere.

La conclusione di questo breve trattato ci conduce a dire che la via teurgica è certo più pericolosa per l’Adepto, se comparata con la meditazione. Questa affermazione non va confusa con dogmi religiosi e paure ataviche, poiché è sorretta dalla constatazione che le operazioni rituali agiscono sugli archetipi dell’inconscio individuale e collettivo, e che questi archetipi producono modificazioni sulla struttura delle emozioni e dei desideri, con l’effetto generale di influire sul destino – da intendere etimologicamente come destinazione – dell’agente. Infine, l’azione teurgica amplifica la responsabilità di chi la esercita. Per questa ragione, e secondo i formulari in uso nel N::V::O::, è necessario ripetere l’esortazione a comportarci con prudenza e moderazione.

 

 

Cardiaco e Teurgico

Cos’è meditazione? Chi sa dirlo?
Sgomberiamo il campo dagli aspetti ornamentali, esornativi, che restano inessenziali. Tutto sta dentro di noi, non c’è altro. Ognuno di noi è un Eone.
Ma un Eone si manifesta dove può, e non dove vuole. A chi non è capitato di dover essere in un luogo e desiderare di essere altrove? In questo scarto c’è tutta la relazione tra la necessità (karma), il nostro desiderio di purezza (vidya) e l’opportunità di colmare la differenza attraverso il comportamento appropriato (dharma). Attraverso queste relazioni dinamiche possiamo ottenere progressivamente l’avvicinamento e la stabilizzazione del nostro manifestarci in luoghi e condizioni più aderenti al nostro desiderio profondo: a patto di non confondere i volubili desideri illusori della mente con i più autentici desideri profondi del cuore.
In altre parole, ci sono luoghi, condizioni e ambienti che rendono più congeniale il dedicarsi a certe attività: è lì che dobbiamo risiedere. Un mistico può certo riuscire a “fermare il tempo” e trovare piena concentrazione anche nel traffico cittadino o in un affollato bar, ma è più semplice, e i disturbi sono minori, se questo accade in un luogo silenzioso e riparato. Inoltre, ed è ovvio, piuttosto che in un luogo opprimente o inadeguato, è più facile ascendere in astrale se questo avviene in uno spazio consacrato in cui, nel tempo, sono convenuti oggetti risonanti, come candelieri, bruciatori di incenso, drappi e altri elementi che inducono facilmente lo stato psicologico più adatto ad allentare le tensioni e sublimare il mentale. I Maestri della Qabbalah dicono: non è la Menorah ad esser sacra in sé, ma è la funzione cui noi la adibiamo che può renderla tale.
Un secondo punto, da sempre noto alla più interna tradizione teatrale: la distinzione tra meditazione contemplativa (studio, osservazione, vuoto mentale e ogni forma di azione verso l’interno) e meditazione attiva (più propriamente intesa, da Cornelius in avanti, come Magia Cerimoniale in quanto forma di azione verso l’esterno), che consiste nell’ordinare lo spazio, fissare i punti cardinali e quindi eseguire cerchi e quadrati in corrispondenza di orientamenti dati da testi-canovaccio quali sono i talismani, e pronunciare in corrispondenza degli angoli certi nomi e imprimerli per aprire e segnarli per chiudere con speciali gesti.
Se questa distinzione, che chiaramente è discutibile, come tutto è discutibile finché si resta nel mentale, si trova tuttavia tradizionalmente fondata, allora consegue che la meditazione contemplativa si addice all’agire cardiaco; mentre la meditazione attiva si risolve sostanzialmente nella pratica teurgica.
I due metodi sono differenti soltanto in apparenza: si tratta di due vie per ottenere lo stesso risultato. In entrambi i casi si tratta di innestare un momento della giornata distinto e separato dal turbinare dei pensieri, con il loro carico di ansie, preoccupazioni, bramosie, cui siamo ordinariamente sottoposti.
Se la meditazione contemplativa ottiene questo risultato lasciando fluire i pensieri fino ad annullarli e giungere a una dimensione astratta (o, se si preferisce, astrale), la meditazione attiva perviene al medesimo scopo attraverso l’esecuzione di una sequenza di azioni del tutto prive di contenuto pratico e di parole lontane da significati del parlare quotidiano ma con la possibilità costante di verificare se ogni singola azione è stata eseguita correttamente, se ogni parola è stata pronunciata nel tempo e nel luogo dovuto, e da qui rilevare se si è ottenuta una concentrazione adeguata, che si raggiunge soltanto se i pensieri di disturbo non si frappongono generando l’errore. 
Infine appare chiaro che la distinzione è illusoria, che ciò che conta è l’unità, l’integrazione, la reintegrazione dell’uno: la condizione attraverso cui l’Eone entra nella possibilità di essere dove desidera, di ottenere lo stato che gli è congeniale.
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Meister Eckhart

ovvero della nobiltà dello spirito.

Chi volesse afferrare il contenuto essenziale della locuzione «Nobiltà dello Spirito» secondo Meister Eckhart, potrà qui trovarne l’enunciato chiave: che per essere liberi non si deve servire nessuna persona; non si deve agire per nessun altro che non sia il puro Spirito.

Al di sotto di questa qualità dell’agire nobile, non vi è altro che il pensiero acquisitivo, cioè il mercato, che è un dare per ottenere. Ecco perché il pensiero di Eckhart parte dalla cacciata dei mercanti dal Tempio.

 

Per liberarsi dal «dare per ottenere», occorre separarsi e impedire l’accesso a tutte le immagini estranee, che determinano in noi condizionamenti e agitano al nostro intelletto falsi desideri, che non sono del cuore, ma solo della mente.

In rapidi passi, fare riferimento a Eckhart ci pone di fronte a una critica radicale della modernità: la società del mercato e dell’immagine: la fabbrica di tutti i condizionamenti. Dobbiamo ricordare di renderci immuni da queste trappole. Soltanto in questo modo potremo vivere senza bisogno di giustificare il nostro essere e non sentirlo inadeguato o, peggio, come una colpa.

Meister Eckhart, domenicano, ebbe il privilegio di rivolgere il suo insegnamento soprattutto alle donne, a Colonia, dopo aver riportato apprezzamento generale nelle università di Parigi e Strasburgo. Proprio a Colonia, nel 1326, subì un processo, che durerà più di tre anni, e che comunque non lo riguardò come persona, ma alcune sue proposizioni.

Lasciamo gli approfondimenti a chi vorrà capire di più di questa vicenda per certi versi ancora oscura; ci accontenteremo qui di rilevare come la mistica, e cioè quel modo di sentire la spiritualità che esorta chi vi si accosta a sentire il divino spirituale senza bisogno di un’intermediazione del clero, è stata sempre ostacolata, contrastata e combattuta proprio dalle gerarchie ecclesiastiche: non stupisce pertanto la condanna, se non della persona, delle opere di Eckhart.

Nella postfazione di Marco Vannini all’edizione italiana di «La Nobiltà dello Spirito», troviamo un rimando per nulla ininfluente per chi si occupa di dottrine spirituali: e cioè l’indicazione del cardinale Fénelon come artefice di quella «sconfitta della mistica» a lungo inseguita dalla Chiesa di Roma. Il rimando a Fénelon acquista maggior rilievo a chi si intende di storia delle dottrine iniziatiche se ricordiamo che, durante il periodo dell’esilio a Parigi degli Stuart detronizzati dalla rivoluzione inglese, è proprio qui che si forma la leggenda delle origini templari della Massoneria, sulla base dell’invenzione del cavaliere André Michel Ramsay, che di Fénelon era il delfino. A chi saprà decrittare le frasi, apparirà chiaro l’orientamento ab origine del R.S.A.A.

Nella trasmissione Martinista, soprattutto per quanto compiutamente afferma Gastone Ventura nei quaderni iniziatici allegati dai Costituti del 1891, l’attitudine alla mistica viene descritta come rimedio alla decadenza dell’aristocrazia genealogica (Quando l’aristocrazia abbandonò le abitudini virili, la vita di sacrificio e di continuo pericolo, per la comodità che la ricchezza accumulata dagli avi consentiva loro…), talché l’Iniziazione dovrebbe sostituirsi per forgiare una nuova e moderna aristocrazia dello spirito.

Questa idea, che allinea il pensiero di Eckhart a quello di Böhme e di Saint-Martin, è ben lungi dall’aver trovato compimento né, purtroppo, lo troverà. L’Iniziato, per quanto sappia molte di queste cose, non soltanto non riesce a cacciare i mercanti dal Tempio ma, troppo spesso, è egli stesso mercante.

Per questa ragione possiamo senza rammarico ben dire inutile ogni nostra attività, e persino il nostro operare: perché, con rosicruciana disillusione, sappiamo bene che non riusciremo ad instaurare l’utopia dello Spirito in questo mondo. Tuttavia non dimenticheremo nemmeno per un solo istante di avere il diritto, a ciascuno di noi esclusivamente e inderogabilmente riconosciuto, di poter costruire il nostro mondo.

Pungendo col fioretto chi avrà pensato che Eckhart non è esoterico abbastanza, comprenderemo meglio che l’inutilità dell’operare (Quasi Stella Matutina in Medio Nebulae…) è proprio la qualità interna d’esser sottratta all’utile, cioè al commercio dei mercanti. Operare ritualmente è atto di completa, voluta e ritenuta inutilità pratica; inoltre, rifugge a un modo, non ha un solo modo, infine non ha modo, né numero, né peso, né misura: e per questo può elevarsi ed elevare al di sopra dell’essere.

 

Lettere e Sfere

Troverete sul prossimo Taccuino di Prometeo, rubrica della N::R::R::, questo scambio:
Carissimo Fr. D.
Mi piacerebbe conoscere il collegamento esistente fra i Tarocchi e il Martinismo.
Ho individuato, tramite Cecilia Gatto Trocchi, che il principale divulgatore della mantica dei tarocchi, di cui mai  si era parlato prima del 1770; fu Gébelin che pubblicò a riguardo nel 1783-5. Questi fu amico, fra l’altro di LCDSM.
P.s. La mia curiosità sull’origine della nostra “tradizione”, come metodo dottrinale, aldilà della efficacia funzionale, mi spinge a fare i collegamenti nelle mie ricerche.
Risposta:
Estrai le lettere, associale agli arcani.
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Tra Illuminismo e oscurantismo

La derivazione delle idee illuministiche da una dottrina occulta è al centro delle ricerche svolte con il libro “Origini occulte dell’Illuminismo” da cui, come una costola dal corpo di Adamo, ha preso consistenza lo studio sul Mazzini nascosto, che di quell’impianto conserva molto dello scenario Ottocentesco dei movimenti che dal Secolo dei Lumi tentavano di far emergere una Età della Ragione.

 

origini illuminismo     Mazzini Crimi
Il rimando alle fonti costituisce parte di un affascinante problema storico e letterario: la separazione tra fonti accademiche e fonti visionarie, complottistiche e di propaganda.
Tra i libri che appartengono al primo livello di analisi, si potranno richiamare senza dubbio “Da Berlino a Gerusalemme” di Gershom Scholem, circa l’effettiva esistenza della famosa loggia “Zur Aufgehenden Morgenröte“. Più difficile sarà intravederne i membri, senza accedere a fonti meno blasonate come Nesta Webster o Guy Carr, che a loro volta si nutrono di fonti aleatorie come i visionari resoconti del conte Spiridovich.
Se l’architrave di questo sistema è Gershom Scholem (ci sarebbe anche il solito René Guénon, in veste di denigratore sardonico, che però risulta esclusivamente fuorviante in questo contesto), allora dovremo fare riferimento anche ad altri suoi rilevanti titoli come “Le grandi correnti della mistica ebraica” e la monografia, monumentale ma non per questo meno ironica e tagliente, su Shabbatai Tzevi, il Messia degli Ebrei delle Tribù Perdute. Di questo parla uno studio molto ambizioso, nato come “L’ebraismo per non ebrei” ed evolutosi in trattato politico-teologico, con il titolo “Il Dio dell’Eden” il cui esito è un lavoro di ricerca, per ora scritto soltanto in inglese, sulle origini della parola Coen, che molto ha da dire in proposito, specie sulla insostenibilità della pretesa di legittimità di un ruolo sacerdotale esclusivo, sia per la tradizione giudaica che per quella cristiana. Potrei chiudere questo articolo, cominciato con il titolo “Illuminismo e oscurantismo” con il sottotitolo “Per la luce di un nuovo Israele”.

Pilastro Invisibile

Questo semplice ma importante esercizio sulla colonna vertebrale, è utile a rafforzare e vitalizzare l’asse portante del nostro sistema vitale.

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L’Adepto sa che l’ingresso al Tempio avviene attraverso una porta simbolicamente presieduta da un pilastro bianco e un pilastro nero: sono le coppie degli opposti, manifestazioni illusore che l’Iniziato lascia dietro di sé.

Lasciato il mondo dell’illusione alle sue spalle, l’Iniziato deve trasformarsi in un Adepto: e per far questo deve trovare il Pilastro Invisibile.

Il Pilastro è invisibile perché è dentro di noi: è la nostra coscienza, rappresentata dai poteri vitali della colonna vertebrale.

L’esercizion comincia dispondendo le mani nel segno di Shaddai (mettere le mani in alto nella posizione di Hestos – Y). Ognuna della mani avrà le dita divaricate (mignolo e anulare attaccati, separati da medio e indice, tra loro attaccati); pollici e indici delle due mani a formare un triangolo che sarà formato sopra la fronte. Scandire, senza fretta e vibrando, EHIEH, tre volte.

Si porrà dunque la mano sinistra avanti, come per far barriera, e la mano destra sulla gola, come per impedire di parlare. La parola da vibrare tre volte è ELOHIM.

Si porranno le mani sul cuore (meglio se la sinistra avrà medio e anulare uniti e indice e mignolo separati) e si dirà ELOAH VA DAATH, tre volte.

Si costruirà quindi un triangolo come quello iniziale, ma questa volta con la punta verso il basso e posizionato in corrispondenza dei genitali, e si dirà: SHADDAI EL CHAI.

Infine, poggiando il ginocchio destro a terra, si dirà ADONAI MELEK, ADONAI HA-ARETZ; poi entrambe le ginocchie, si ripete il nome. Infine, toccando con la fronte a terra, si ripete ancora.

Completa battendo tre colpi a terra, bussando.

Rialzarsi lentamente e ringraziare idealmente portando le mani al cuore.

Fine.