Ai limiti dell’irrazionale

A. aveva creduto di trovare ciò che non esiste: una comunità di persone dedite allo sviluppo delle facoltà intellettuali e morali dei suoi membri. Credette, almeno per un certo periodo, che fosse possibile. Lavorò a lungo sulle purificazioni, per essere ricevuto nella cerchia interna. Quindi si cimentò con l’apprendistato a ricevere la luce: il lavoro della luna, ricevere e restituire. Giunse, per i suoi meriti, a poter esercitare il lavoro del sole: che è l’abituarsi a dare senza ricevere nulla in cambio.

Dev’essere stato allora che il cuore divenne pronto per l’allineamento ad una intellettualità sincera. Si manifestarono i doni dello spirito: che erano belli a vedersi, ma non erano commestibili. La loro inutilità apparve incommensurabile: ma non tanto da non suscitare invidie e gelosie, che ancora A. non sapeva.

Sulle prime fu un pianeta che non accettava di mantenere la sua orbita: pretendeva di essere un sole, ma non voleva dare nessuno dei suoi raggi, convinto di doverli conservare per il momento vicinissimo in cui tutti avrebbe riconosciuto in lui il vero sole. Portò con sé un riluttante satellite da affiancare alla sua luna per giocare sul filo dell’errore. Provò quindi a vendere uno dei suoi raggi al mercato dei frattali per barattarlo con un barattolo di pomodori in una casa di bambole in un programma di fuoriuscita dal socialismo sovietico che lo avrebbe condotto a una missione spaziale immaginata al cinema. Ne scaturì un Rebis che dimostrava una gemmazione magica in cui c’erano qualità da esplorare, se solo si potesse ricordare quel che c’è oltre le nuvole e smettere di bere spiriti insani e accontentarsi dell’acqua piovana.

Chiaro che le immagini concepite per lo schermo debbano condurre alla seduzione dell’illusione: guai se così non fosse, perché sparirebbe ogni paesaggio, fisico o metafisico che pensar si voglia, se ancor si vuol pensare: e questi pianeti pensavano, ma roteando così veloci da non fermare i pensieri, trasformandoli in un caleidoscopio di impersistenza, mentre un sole pallido d’inverno appariva sempre più sbiadito e lontano e debole, tanto che si sarebbe potuto ucciderlo con la stessa facilità con cui il soffio spegne la candela: e tuttavia non cedeva la sua fiamma che, anzi, riluceva fioca nelle tenebre come un diamante insanguinato, emblema della superficialità occidentale in mezzo a un mare color dell’aceto in cui troverai, se saprai distinguerne l’odore, l’alcaest.

Fu allora che apparve un giudizio lusinghiero mai sentito nei giorni prima del diluvio e che pure sembrava così netto e così distinto da essere incomparabile con le forme statiche del centimetro esaminato al microscopio nei suoi scompartimenti dove trovarono infine che non c’era niente. Venne dunque una cartomante, chiamata per far loro vedere l’universo oltre il sistema solare e, in cambio di questa visione, chiese qualcosa che non seppero qualificare, probabilmente una banconota pesante. Sulle prime credettero tutti cercasse legittimazione, come un qualsiasi asteroide tra quelli che riempiono il vuoto geometrico della progressione di Titius e Bode, nel luogo dove il pianeta che si sarebbe atteso non c’è. Fu un errore confondere una galassia con un asteroide, ma questo si potrà comprendere solo quando si vedranno tutte le provette e gli alambicchi ch’ella collezionava sul suo tavolo, e potrete finalmente accorgervi che anche noi stavamo in una di quelle provette e, di tanto in tanto, c’era persino chi esaminava i moti delle cellule al microscopio.

Sulle prime furono felici di vederci rappresentati: fu come la certificazione della loro esistenza. Presto però dovettero ricredersi: e questo accadde quando videro la classificazione della provetta che li conteneva come un bacillo cui imporre un controllo morbido fin quando sotto i valori di norma e, nell’eventualità del superamento della soglia, si leggeva dalla tabella appesa al muro che il loro destino non poteva esser altro che quello dello sterminio mediante profilassi. Tale era il decreto antico e accettato che approvava la tabella e, prima che i telefoni fossero messi sotto controllo, s’accorsero già che le loro attività erano monitorate da tempo e che quelle lusinghe altro non erano che un modo per consentire la lettura dei parametri che decidevano della loro vita e della loro morte.

Quel decreto era stabilito per lo sterminio degli intellettuali disorganici, cioè dei poveri illusi dediti al progresso dei propri membri. Per antica e accettata consuetudine, ogni azione volta al progresso spirituale degli uomini e delle donne doveva essere distrutta, e risultavano intollerabili i lavori in camera mista e interrazziale. Malgrado la fortuna di aver ricevuto in sorte un controllore illuminato, tuttavia permaneva il rischio esiziale che, per la buona qualità dei lavori delle cellule più vitali, si superasse la soglia di significato che avrebbe condotto al fatale sterminio. Furono inserite in provetta alcune cellule di controllo, alle quali cercammo di resistere, sbagliando forse tattica, perché accettando di assimilarci alle altre cellule, diventando organici e cambiando transgenicamente natura, avremmo potuto forse sopravvivere, accettando che il noi divenisse loro, indistinguibile da loro, rinunciando all’alloro per la polvere d’oro e un uovo sodo. Avrebbero dovuto fare come i tanti simulacri di finto progresso che sono chiamati a presidiare il territorio e falcidiare ogni vera istanza, provando a vender caro il loro candore: alcuni riuscirono nell’intento, e andarono in provette più grandi. Qualcuno persino in alambicco. Ma A. era troppo ingenuo, e rimase stupidamente puro fino all’esito fatale.

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