Essenza del pensiero di LCDSM

Pensare di definire l’essenza del pensiero di Louis-Claude De Saint-Martin è veramente opera di presunzione. Tuttavia, anche sostenere che non sia possibile identificarne un cuore pulsante sarebbe vanificarne le possibilità di trasmissione. Quindi, se anche questa non fosse la più autentica essenza del pensiero di LCDSM, almeno accetterete che lo sia nella sintesi dell’autore della presente recensione: secondo il quale questa essenza è contenuta nel termine “sacerdotale“, inteso nei termini in cui LCDSM si esprime soprattutto in quella che, cronologicamente ma riteniamo anche concettualmente, è stata la sua ultima opera: “Il Ministero dell’Uomo-Spirito“.

I membri del N::V::O:: intenderanno qui non soltanto una retrospettiva sul pensiero del Ph::Inc:: per eccellenza tra i M::P::, ma anche i termini di un recente dibattito su alcune disposizioni statutarie del nostro O::M::, in base al quale proprio l’aggettivo “sacerdotale” è stato oggetto di diverse analisi e differenti interpretazioni.

Riportando al pensiero di LCDSM, potremo dire con risoluta definizione che l’Uomo-Spirito è certamente una nuova trasposizione di quel che avrebbe dovuto rappresentare l’Eletto Coen nell’Ordine di formazione del Ph::Inc::, e cioè l’Ordine dei C.:M.: Eletti Coen dell’Universo, fondato da Martinez De Pasqually e che sarebbe stato la miniera in cui LCDSM avrebbe scavato, sin dalle sue prime opere (pensiamo ai quaderni Rosso e Verde), passando per -“L’Uomo di Desiderio” così come per tutte le altre opere fino alla conclusiva “Il Ministero dell’Uomo-Spirito”.

Questa messa a fuoco del concetto di permette adesso di inquadrare in tutto il suo significato il termine Coen, che è chiaramente un termine ebraico, di cui un ampio e accurato studio è stato condotto con l’opera rappresentata in immagine e alla quale si rimanda per tutti i rimandi che questo termine comporta a partire dal suo primo apparire nel libro della Genesi.

Ai fini della presente trattazione, diremo soltanto che il termine Coen (ingl. Kohen, ebr. כהן) è immediatamente associato, sin dal suo primo apparire nei Testamenti, a Melki-Tzedeq. Potremo scoprire che Melki-Tzedeq non è un nome ma un titolo, come ci permette con fonti documentate il libro qui recensito; soprattutto, ne deriviamo con chiarezza che questo titolo è un titolo sacerdotale.

Ecco perché le religioni occidentali esercitano la funzione sacerdotale (e se la contendono) in nome della pretesa legittimazione nell’ “Ordine di Melki-Tzedeq“. Così, questa legittimazione sarebbe stata trasmessa da Sem ad Abramo, e da Abramo ai suoi discendenti fino a Mosé ed Aronne, che istituzionalizzarono il sacerdozio attribuendolo alla Tribù di Levi e alla sua discendenza, non senza polemiche che hanno molto a che vedere con la linea ismaelita, con le origini della tradizione coranica e con altre cose di cui è complesso dire e per le quali si rimanda al saggio recensito.

Per quanto qui rileva, si dovrà ricordare che la Chiesa Cattolica ha ritenuto di poter sottrarre agli Ebrei la primogenitura nel sacerdozio per causa del loro non aver riconosciuto il Messia. In nome di questa costruzione apodittica la Chiesa ritiene tutt’oggi di avere un diritto di primazia nel sacerdozio.

LCDSM è modernissimo nel suo pensiero ritenendo che la funzione sacerdotale non può essere prerogativa esclusiva né degli Ebrei (la denuncia della corruzione dei Sadducei fatta da Giovanni Battista e Gesù Cristo ne sia testimonianza) né dalla Chiesa (la descrizione dei mali della Chiesa sarebbe troppo lunga e patetica, quindi non la faremo nemmeno, rinviando alle cronache del nostro tempo).

LCDSM costruisce invece l’idea modernissima di svincolare la vita spirituale dalla religione, dando a tutti la consapevolezza che “il potere di diventare figli di Dio” di cui parlano i Vangeli significa anche necessariamente diventarne sacerdoti. In breve, la vita spirituale è confermata dall’operatività quotidiana del rito che ogni Adepto deve svolgere a sua tutela, per allontanare i mali del mondo, per costituire intorno a sé cerchi e confini sacri.

L’Adepto che esercita il rito quotidiano è, ipso facto, sacerdote, dunque, secondo il grado di testimonianza, Eletto Coen.

In questo modo è costituito l’Uomo-Spirito di cui parla LCDSM.

La via esoterica ed iniziatica da lui concepita conduce pertanto alla costruzione, lenta e per eccezione, di Eletti Coen, da che il sacerdozio, come è stato spiegato, non può essere rivendicazione esclusiva di una linea genealogica, né può essere prerogativa esclusiva di un clero: perché nessuna di queste vie ha saputo garantire purezza.

La linea sacerdotale cui pensa LCDSM scrivendo del Ministero dell’Uomo-Spirito è una linea ancor più forte di quella cui ambiva il suo Maestro, Martinez De Pasqually: perché se lui, in fondo, aveva come scopo principale l’utilizzare la chiave iniziatica per riaprire le porte dell’ebraismo ai marrani (cioè gli Ebrei che si erano convertiti, forzosamente o per opportunità al cattolicesimo), LCDSM invece si propone un fine più ampio, che è quello di aprire la via sacerdotale a chiunque senta risuonare questa campana all’interno della propria coscienza.

Prima di chiudere l’argomento, occorre dissipare un’ombra: e cioè che il temine “sacerdotale” abbia in sé qualcosa di confessionale o di pretesco. Ciò non soltanto perché le origini sono più remote (ebraiche, abramiche, noachiche, enochiane, adamitiche), ma soprattutto perché in questa idea di sacerdozio l’elemento essenziale è la netta distinzione dalla religione.

Assumiamo così l’essenza del pensiero di LCDSM nell’idea che sia possibile una vita spirituale senza l’adesione a una religione, e che la ripetizione dei riti quotidiani possa trasformare qualsiasi persona in autentico sacerdote, cioé Ministro Spirituale, cioè Eletto Coen.

Sarebbe troppo semplice chiudere in apoteosi e glorificazione. Si dovrà tenere presente che questa trasformazione è l’essenza del Trattato sulla Reintegrazione delle Anime (titolo della principale opera di Martinez De Pasqually e di cui tratteremo in un successivo scritto per le sue non casuali assonanze con la traduzione che il cerchio di Papus farà delle opere di Isaac Luria, da cui si potranno comprendere ulteriori elementi importanti sulla dottrina interna del Martinismo): ma questa trasformazione è possibile solo se sostenuta da stabile equilibrio e sincero lavoro sulla coscienza.

Lasciato a sé stesso, l’Adepto può facilmente inciampare, cadere, o anche semplicemente dimenticare e lasciare all’oblio le sue consacrazioni e i suoi voti. Del resto, la corruzione dei Sadducei come quella della Chiesa sono evidenti testimonianze di questa umana debolezza, e non abbiamo motivo di poter ritenere che la via iniziatica offra garanzie maggiori.

Anche la vita di Loggia non può che essere un momento, un palliativo che può dare la sensazione gioiosa di non essere soli, di condividere, di essere più forti delle divisioni: ma il fondamento resta individuale.

L’unica garanzia è il lavoro costante, la presenza a sé stessi, l’esercizio sistematico del rito: è questo che fa di noi sacerdoti, l’offerta del rito che, se è sincera e stabile, ha il potere di tenere distante gli istinti e i desideri più bassi, così che la tua aura, la tua sfera spirituale, resti inviolabile e protetta.

Se questo non può salvare il mondo, può comunque migliorare il mondo intorno a noi: mondo che, comunque, prima di quanto immaginiamo dovremo lasciare e che, non dobbiamo dimenticare, è per noi soltanto una stazione di passaggio.

DALQ Ph::I:: אור

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7 pensieri su “Essenza del pensiero di LCDSM

  1. Ricevo da Prometeo I:I::
    Sono certo non avrai pregiudizio se ti propongo il mio attuale punto di vista relativo al sacerdozio, al sacerdote: coehn.
    Io parto da una visione più prudente e razionale, che mi caratterizza, per manifestare una condizione congrua ovvero meno enfatica dell’ “operatività quotidiana” dell’iniziato. Egli è nella sua nuova condizione di “Adepto” e vuole perseguire gli obiettivi iniziatici, ovvero la rettificazione, per allontanarsi dal “male” e costruire intorno a sé cerchi e confini (parafraso espressioni del tuo? testo) che gli potranno consentire di <> (idea di LCDSM che, personalmente condivido ma che enuncerei con: <> allontanandomi da certo antroposofismo cattolico.
    L’adepto, in sostanza, non è sacerdote o sacerdotato ma è colui che realizza la sua operatività quotidiana da cui potrà esitare il suo sacerdozio. 4fb

    Mia risposta:
    Caro Nino,
    “il potere di diventare figli di Dio” è espressione dei Vangeli canonici, sta persino all’interno di quel primo capitolo di Giovanni che è fondamento dell’apertura del Libro quando in L.:
    Ora, questa frase è tutt’altro che cattolica: perché i cattolici fanno di Gesù l’unigenito figlio di Dio, laddove qui – e non c’è bisogno di ricorrere agli apocrifi o ad altri testi esoterici – il potere di diventare figli di Dio è dato proprio a tutti. In questo senso, Gesù è nemico di ogni clero costituito su una pretesa di autorità che non sia l’esecuzione libera e disinteressata del rito.
    Ora, si può essere “figli di Dio” senza esercitare il rito? Potenzialmente, la risposta è si. Ma cosa dovrebbe metterci al riparo dai nostri istinti più bassi e dai nostri desideri più vili? Sappiamo rimanere al riparo da gelosie, invidie, concupiscenze, bramosie? Se si, il rito non è necessario. Diversamente, il rito sarà il memento quotidiano per non permetterci di scendere al di sotto della nostra regalità, segreta, nascosta, sconosciuta e modesta, ma veramente coronata.
    Il sacerdote, nel senso modernissimo indicato da LCDSM, non è chi appartiene a un clero, ma chi compie il rito quotidiano. E’ il compimento del rito che fa il Coen.
    Quanto scritto non è per stabilire una verità, ma un’evidenza.
    4b
    D.

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  2. Davide Crimi In questa riflessione dovrà di necessità entrare anche l’insieme di considerazioni che Antonio Urzì Brancati poneva manifestando scetticismo sui Riti con il suo articolo https://comespecchio.wordpress.com/…/elementi-e-rituali/ che, tra l’altro, in quella sede ho commentato con degli argomenti che trovo ancora convincenti e su cui chiamo la vostra attenzione.

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  3. Un’ultima precisazione. Il passo delle Scritture in cui è data l’espressione “il potere di diventare figli di Dio”, in ebraico è così trascritta (e traslitterata): Nathan Tiqqun liheioth benim le-Elohim. Nathan significa “a voi è dato”, Tiqqun – ed è questa una parola che dovremmo tutti ben conoscere, perché significa “rigenerazione”, “reintegrazione”, cioè il cuore vero della nostra dottrina. Liheioth è una forma del verbo essere, beni vuol dire “figli” le-Elohim non è necessario commentarlo. A voi il rebus, ma credo di averlo facilitato.

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  4. Bellissima espressione: per… LCDSM il fine… è quello di aprire la via sacerdotale a chiunque senta risuonare questa campana all’interno della propria coscienza.
    Una coscienza in risonanza, come una campana, evoca armonia, il senso di un lavoro “metodico”, reiterativo, in un tentativo di una personale rettificazione per ritorno sintonico all’Uno: reintegrazione!

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  5. Esisto io per un altro fine se non per “cercare” l’alleanza del Signore?…
    Io mi “consacro” grazie all’infinita assistenza divina… fatemi, “ogni giorno” della mia vita, rinnovare… questo obbligo…
    LCDSM Uomo di desiderio, dal canto 30.

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  6. LCDSM è realmente il Maestro Venerato dal nostro OEM. Le Sorelle e i Fratelli cercano e operano, anche attraverso lo studio della suo produzione letterale, per trovare, ed è vero che trovano, momenti di sintonizzazione con il Venerato Filoso Incognito. Per perseguire, quindi, il sentiero di una migliore conoscenza del suo pensiero, è importante procedere in uno studio che tenga conto, filologicamente, dell’evoluzione del suo pensiero che, nelle opere adulte trova la migliore espressione del metodo cardiaco, spesso indicato devozionale: non so quanto adeguatamente. Pur tuttavia non possiamo dimenticare quanto impregnati di “divino”, di estrazione-derivazione tradizionalmente cristiana, siano i canti dell’Uomo di Desiderio: prima pubblicazione datata 1790, 13 anni prima della sua morte che avvenne il 13 ottobre 1812. Anche la considerazioni contenuta nella nota che inviò al suo carissimo Gence, il 12 ottobre 1813: il giorno prima di morire, ci riferisce che il suo cammino verso la reintegrazione utilizzò strumenti a lui più affini ma diversi da quelli che aveva appreso dal suo iniziatore Martinez, maestro da lui mai smentito. Così scrisse a Gence: …me ne vado: la “provvidenza” può chiamarmi; io sono pronto… rendo “grazie al cielo” di avermi accordato l’ultimo favore che chiedevo: con questo delineando che la preghiera fu il suo metodo.

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    • Il Martinismo, cercando la verità della luce, si porta vicino al fuoco da cui attinsero i Profeti, tra questi Gesù, Menachem l’Esseno e Isaja, fino ad ascendere all’inaccessibile Melki-tzedeq. Questa tradizione sacra, perfetta e trascendente, si allontana anni luce dalle religioni come strumento del potere, che sia la versione cattolica o l’intransigenza rabbinica. Il compito del Martinismo è trasformare l’Adepto in un sacerdote senza intermediari.

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